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Notizie Vogelmann: “La notte” ha fatto di me un editore
20Feb2009

Vogelmann: “La notte” ha fatto di me un editore

L’editore Daniel Vogelmann ha un rapporto speciale con Elie Wiesel. Nel 1980, alla morte di suo padre Daniel entra nell’azienda di famiglia, l’antica e gloriosa tipografia La Giuntina di Firenze. Stampare per altri però non lo soddisfa, e fantastica sulla temeraria possibilità di pubblicare libri. Un giorno di primavera entra in libreria e in uno scaffale di occasioni trova “La nuit”; in quel periodo non era solito leggere libri di quel genere, perché come figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz non voleva soffermarsi su quella indicibile tragedia, ma il titolo era bello, le pagine poche e l’autore conosciuto.

 

“Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere”

L’editore Daniel Vogelmann ha un rapporto speciale con Elie Wiesel. Nel 1980, alla morte di suo padre Daniel entra nell’azienda di famiglia, l’antica e gloriosa tipografia La Giuntina di Firenze. Stampare per altri però non lo soddisfa, e fantastica sulla temeraria possibilità di pubblicare libri. Un giorno di primavera entra in libreria e in uno scaffale di occasioni trova “La nuit”; in quel periodo non era solito leggere libri di quel genere, perché come figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz non voleva soffermarsi su quella indicibile tragedia, ma il titolo era bello, le pagine poche e l’autore conosciuto. Compra il libro, comincia a tradurlo e presto si trova a pensare di aver trovato un grande libro che parla non solo alla mente, ma soprattutto al cuore.
La prima collana della Giuntina, intitolata “Shulim Vogelmann” in ricordo del padre, ha così inizio: con “La notte”.
Il libro ha un discreto successo e negli anni si sono susseguite ben 20 edizioni, più un’edizione scolastica edita dalla De Agostini.
Quando Vogelmann si imbatté ne “La notte” di Wiesel in Italia non si pubblicavano molti libri sulla Shoah, l’originale francese era del 1958, si conosceva “se questo è un uomo” di Primo Levi, ma “La notte” gli sembrò un libro decisamente diverso. Di Primo Levi sappiamo che era un ebreo assimilato e che molto probabilmente senza l’esperienza di Auschwitz avrebbe perduto completamente i suoi legami con l’ebraismo e molto probabilmente non sarebbe neanche mai diventato uno scrittore. Il caso di Wiesel è in un certo senso l’opposto, perché il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Kabbalah, consacrato all’eterno. Ciò che differenziava maggiormente “La notte” da “Se questo è un uomo” erano però le domande: Wiesel il credente, il mistico ebbe il coraggio di porre le domande fondamentali senza paura di risultare blasfemo: dov’era Dio? Perché benedirlo? Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare forni crematori di continuo anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz-Birkenau e tante altre fabbriche di morte? Che benedizione avrebbe dovuto recitare? Benedetto tu sii oh Signore, re dell’universo che c’hai eletto tra i popoli per venir torturati giorno e notte, per vedere i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finire al crematorio, sia lodato il Tuo santo nome, Tu che c’hai scelto per essere sgozzati sul Tuo altare? Molti a Kippur digiunavano, Elie non lo faceva, non accettava più il silenzio di Dio, inghiottire quel brodo indigesto era un atto di ribellione e di protesta contro di Lui. Alla domanda di un compagno: Dov’è dunque Dio? Lui risponde: “È lì appeso” indicando un bambino agonizzante con il cappio al collo.
Anche dopo la liberazione il ritorno alla vita per i sopravvissuti fu straziante, lo stesso Wiesel conclude il suo libro dicendo: “Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze, volevo vedermi nello specchio appeso al muro di fronte non mi ero più visto dal ghetto, dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”. Molti dei sopravvissuti non ce la fecero a sopportare il peso del ricordo, alcuni si lasciarono lentamente morire, altri si uccisero come Primo Levi che secondo Wiesel morì ad Auschwitz 40 anni dopo, altri faticosamente ritrovarono una ragione per vivere gettandosi a capofitto nel lavoro, nello scrivere, rifacendosi una famiglia là dove possibile, facendo nascere ancora bambini ebrei in un mondo che li voleva tutti morti.
Su questi presupposti, dice Vogelmann, è nato anche lui e nonostante abbia vissuto l’olocausto per interposta persona, si è posto ossessivamente le stesse domande di Wiesel e di tanti altri, riuscendo a trovare l’unico riscontro possibile in una delle frasi di Singer : “Forse solo Dio ci darà una risposta nell’aldilà, ammesso che esista e che si curi delle nostre miserabili anime”.

Michael Calimani

Scritto da Redazione, Pubblicato in Notizie

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