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Tag: Ghetto di Venezia
25Apr2014

Celebrazioni del 25 aprile: Una liberazione che diede nuova speranza all'Italia

Di seguito il testo integrale del discorso tenuto, in occasione del 25 aprile, dal consigliere della Comunità Ebraica di Venezia con delega alla cultura, Enrico Levis, intervenuto questa mattina in Campo del Ghetto, al termine del percorso della memoria.

Celebriamo qui assieme - oggi - i 69 anni dalla Liberazione dal giogo della dittatura. Liberazione che segna un nuovo inizio per tutti gli italiani e che restituisce ad un’Italia disonorata un nuovo ruolo pieno di sogni e di speranze.

Un inizio pieno di speranze, essendo stata veramente la Resistenza una lotta di popolo, senza distinzioni sociali, con una partecipazione attiva alla vita della collettività: il che non era stato invece per il periodo intercorso tra la realizzazione dell’unità italiana e la prima guerra mondiale.

Una partecipazione difficile da pensare oggi - con l’attuale crisi radicale della politica e, spesso, la mancanza di una qualche profondità storica che vada al di là di un piatto conformismo mediatico per il quale tutto appare sfumato o indistinto – tanto più dopo che una certa retorica resistenziale adottata da tanta parte dell’Italia postbellica aveva dovuto quasi compensare l’assenza di un autentico reale rinnovamento nella vita civile.

Per questo ancor più difficile può essere pensare oggi come - solo un anno prima della Liberazione, 70 anni fa appunto - a partire dalla notte del 5 dicembre ‘43 - Venezia avesse visto la frenetica caccia agli ebrei dalle loro case e dalla Casa di ricovero, con l’arresto e la deportazione di più di duecento ebrei (che fossero vecchi, donne o bambini – anche di pochi mesi), finiti per la maggior parte nel campo di sterminio di Auschwitz. Deportazione cui i fascisti italiani diedero - è giusto ricordarlo qui - il loro orrendo contributo.

E quanto mai incomprensibili possono apparire oggi - tra quelle atroci violenze - le vicende particolarmente odiose che - nell’agosto ’44 - videro il prelevamento dalla Casa di riposo di 21 ultrasettantenni assieme al rabbino capo della Comunità Adolfo Ottolenghi: proprio da questo campo di Ghetto, dove solo nel gennaio di quest’anno è stata posta una pietra di inciampo, a ricordo di tali tragici avvenimenti.

E il 25 aprile 1945 - con il ritorno frastornato e dolente della pace e della libertà – per la Comunità ebraica poteva iniziare finalmente una riaggregazione del tessuto sociale e dell’impalcatura politico-istituzionale, sia pure in un impervio cammino di reintegrazione nella vita civile e democratica, dopo che – con le leggi razziali del ’38 - ne erano stati sradicati.

I testimoni diretti di tali avvenimenti non ci sono più. Alla ricerca di ricostruire le esperienze di allora - oltre a tornare, come oggi, sui luoghi degli eventi - possiamo però volgerci alla letteratura - ad es. ad autori anti-retorici e classici come Italo Calvino o Luigi Meneghello che, mossi da una simile tensione etica, ci possono illuminare su quegli anni bui, aiutandoci a conoscerli e comprenderli con uno scrupolo storico e - sovente - un linguaggio ricco di poesia.

Sono queste le letture che preferiamo, rispetto ai tentativi recenti di delegittimare la figura di Primo Levi e la sua esperienza come partigiano. Tentativi simili sembrano, ahimè!, corrispondere all’attuale smania editoriale di rimpicciolire tutto, a partire - purtroppo - dal testimone/simbolo della deportazione degli ebrei italiani e - più in generale - della letteratura civile.

E’ Levi stesso a fornirci d’altra parte le notizie essenziali circa i primi difficili tentativi di aggregazione di una delle piccole formazioni passate alla clandestinità cui lui stesso si unì prima di venire catturato, ed avviato successivamente al campo di Fossoli e, quindi, di Auschwitz.

Per questo – al di là delle parole, a volte fuorvianti – quanto mai significativa mi sembra invece l’odierna partecipazione corale di tanti studenti delle Scuole veneziane che - con i loro canti - possono indicare in maniera diversa una strada comune da riagganciare e da riprendere, aiutando anch’essi a conoscere e rivivere una stagione tanto travagliata, in una generosa unione di intenti che dia voce e spessore alla fatica di un percorso pieno di drammi e di incertezze.

Enrico Levis, consigliere della Comunità Ebraica di Venezia

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Tags: 25 aprile Comunità Ebraica Enrico Levis Ghetto di Venezia Jewish Community Venezia Venice

13Feb2014

Cesare Vivante (1920 - 2014)

Cesare Vivante proveniva da un’antica famiglia di ebrei levantini, discendenti di quel Leon di Menachem Vivante, primo della famiglia nato a Venezia il 20 maggio del 1753. Insegnante di lettere presso istituti tecnici, a lungo si dedicò con dedizione al recupero del patrimonio monumentale artistico e storico degli ebrei di Venezia: per oltre vent’anni si occupò prima della biblioteca archivio Renato Maestro, come membro cardine del comitato di gestione della stessa, per poi seguire con grande attenzione tutti i lavori relativi al restauro delle sinagoghe e del cimitero ebraico antico del Lido che versava in un grave stato di abbandono.
Cesare, come tanti altri ebrei del tempo, ebbe una giovinezza travagliata: intrapresi gli studi presso il liceo classico Foscarini, nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziste, dovette lasciare la scuola pubblica e trasferirsi alla neo istituita scuola ebraica della Comunità. Terminati gli studi, iniziò a lavorare in una fabbrica di vetro a Murano. L’impresa svolgeva però alcuni lavori per l’esercito e così venne licenziato e trasferito fortunosamente in un’altra fonderia.
Il 1943 fu un anno drammatico: la madre venne presa e deportata ad Auschwitz e lui, poco più che ventenne, dovette con estrema fatica fuggire da Venezia insieme alla sorella e alla cugina rifugiandosi in Svizzera fino alla fine della guerra.
Un uomo dal forte rigore nella ricerca, caratteristica che lo spinse in polverosi archivi di mezza Europa e oltre: da Venezia a Parigi, da New York a Corfù, alla ricerca delle sue radici familiari.
Il ricordo più vivido che serbo di Cesare Vivante risale al 2009, quando lo intervistai in riferimento al volume “La memoria dei padri”, dedicato proprio ai Vivante, presentato durante la Giornata di studio sugli ebrei di Corfù. Ricordo l’entusiasmo con cui mi descrisse gli oggetti appartenenti alla storia della sua famiglia esposti ordinatamente in una delle stanze della casa, la dovizia di particolari con cui presentò ogni passaggio di quell’opera che l’aveva accompagnato per più di trent’anni. Un racconto storico e familiare inframmezzato da infiniti aneddoti sulla Comunità Ebraica di Venezia, sulla Comunità di un tempo.
Ogni volta che una figura come quella di Cesare Vivante viene a mancare, con lui se ne va una parte fondamentale della nostra Qehillà. Una parte di storia, di memoria e di spirito di abnegazione verso la collettività.

Michael Calimani

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Tags: Cesare Vivante Comunità Ebraica Ghetto di Venezia Jewish Community Museo Ebraico Venezia

04Feb2014

Lo sport come propaganda nazista

Inaugurata al Museo ebraico di Venezia la mostra “Sport, sportivi e giochi olimpici nell’Europa in guerra (1936-1948)” a cura del Mémorial de la Shoah di Parigi. Ad accompagnare l’esposizione si è svolto ieri un seminario caratterizzato dagli interventi di Laura Fontana, responsabile per l’Italia del Mémorial de la shoah, su “Lo sport sotto il Terzo Reich tra discriminazione e dissidenza” e di Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, dal titolo “Esclusione e razzismo nello sport durante l’Italia fascista. I casi dei pugili Leone Jacovacci e Settimio Terracina”.

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03Feb2014

Il ricordo del Porrajmos

La notte del 2 agosto 1944 ad Auschwitz-Birkenau veniva liquidato lo Zigeunerlager, il settore del campo riservato all’internamento di rom e sinti, questa fu solo una delle fasi della tragedia che prende il nome di Porrajmos, il grande divoramento. Nel 2012 Angela Merkel ha inaugurato a Berlino il memoriale dedicato al Porrajmos a poca distanza da quello della Shoah. Incisa sul monumento una poesia di Santino Spinelli, rom abruzzese. Questa notizia che avrebbe avuto senso raccontare a livello nazionale in Italia, venne trasmessa solo sul tg regionale dell’Abruzzo.

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12Gen2014

Posate le prime 12 pietre d'inciampo a Venezia

Dodici pietre d'inciampo per non dimenticare odio e intolleranza. Sono le Stolpersteine, piccole targhe d'ottone della dimensione di un sampietrino realizzate dall’artista tedesco Gunter Demnig a ricordo dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.

"Non è certamente la gioia - ha ricordato Demnig - il sentimento che mi spinse a iniziare il progetto delle pietre di inciampo. Ma ogni pietra che viene aggiunta è per me un enorme piacere.  Ad oggi sono 44 mila le pietre depositate dalla Norvegia all’Italia, dalla Francia alla Russia".

 

Oggi alle 11 in campo di Ghetto Nuovo la cerimonia commemorativa per la posa delle prime 12 pietre a chiusura di un percorso che da campo SS. Apostoli, al civico 4470, dove l'artista ha collocato la prima pietra, è proseguito in Rio Terà della Maddalena, Fondamenta dei Mori, Ghetto Vecchio per arrivare infine davanti alla Casa Israelitica di Riposo, luogo da cui vennero deportati 21 ospiti verso i lager nazisti.

Presenti alla cerimonia oltre all'artista, a Marco Borghi dell'Iveser e Sabine Meine del Centro Tedesco di Studi Veneziani, il presidente del Consiglio Comunale di Venezia, Roberto Turetta, l'assessore comunale alle Attività culturali, Angela Giovanna Vettese, il presidente della Comunità Ebraica di Venezia, Paolo Gnignati. Erano presenti anche Stefano Beltrame, consigliere diplomatico della Regione Veneto, la soprintendente per i Beni Architettonici e Artistici di Venezia, Renata Codello, e una rappresentanza dell'associazione Rom Kalderash.

"Questo è un punto di arrivo, ma anche di partenza - ha ricordato il presidente Turetta - nelle prossime riunioni del coordinamento valuteremo le modalità per portare avanti questo progetto. Nei prossimi 5 anni contiamo di ultimare la deposizione di tutte le pietre di inciampo".

Favorevole fin da subito a questo progetto la Soprintendenza: "Trasformare la memoria e la commemorazione in un’azione attiva - ha spiegato Renata Codello - è l’occasione per un ulteriore coinvolgimento e una più ampia riflessione su ciò che è accaduto".

Dello stesso avviso anche Stefano Beltrame, che ha spiegato come le pietre parlino e raccontino già molto senza dover per forza cadere nella retorica.

Non solo il ricordo degli anziani della Casa Israelitica di Riposo, nell'intervento di Paolo Gnignati, presidente della Comunità Ebraica di Venezia, che ha voluto ricordare anche Ugo Beniamino Levi, impiegato della Comunità, persona mite travolta come tanti altri dalla tragedia: "La memoria è fatta di cose concrete, di persone, di ricordi. Le generalizzazioni ci portano ad astrarre. Nel momento in cui con la coscienza ripercorriamo invece la storia delle singole persone dietro ogni tragedia c’è una singola scelta. La giornata della memoria, che non è degli ebrei, ma della comunità civile fatta di tante associazioni e istituzioni, è un momento di riflessione e di “inciampo” su quello che è successo. Dalla concretezza degli atti di distruzione e di aiuto si deve ricomporre una via per affrontare il presente.  Noi abbiamo l'obbligo del ricordo, ma non ricordiamo per compassione, questo sentimento è distante dal senso del nostro essere qui come ebrei italiani, componente integrante di questa comunità civile".

Le pietre d’inciampo - ha affermato Marco Borghi, direttore dell'Iveser - sono la sintesi e la risposta di una città come la nostra che nel momento giusto è sempre capace di scendere in campo per ribardire che la storia di ieri non deve ripetersi. Queste pietre raccontano la storia di individui, ma ci insegnano soprattutto che le comunità possono essere forti solo avendo memoria.

A seguire l'intervento dell'assessore comunale alle Attività culturali Angela Giovanna Vettese a nome del Comune: "Ricordo un discorso di Bertrand Russell del 1959, gli venne chiesto cosa sarebbe stato importante per sopravvivere nei secoli a venire. Egli affermò che i fatti devono essere conosciuti, rispettati e su di essi basati i nostri giudizi. Le pietre d’inciampo sono un modo per raccontare fatti avvenuti, piccoli e singoli che però insieme raccontano ciò che deve rimanere nella nostra memoria".

L’iniziativa, promossa dall’Amministrazione Comunale di Venezia, Centro Tedesco di Studi Veneziani, Comunità Ebraica di Venezia, Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser) in collaborazione con Insula, apre le manifestazioni dell’edizione 2014 del “Giorno della Memoria” di Venezia che culmineranno il 26 gennaio alle 11 con la cerimonia cittadina al Teatro Malibran.


Venezia, 12 gennaio 2014/ mc

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19Dic2013

Comunità Ebraica di Venezia: Paolo Gnignati alla presidenza

Paolo Gnignati è il nuovo presidente della Comunità ebraica di Venezia. La sua nomina è avvenuta nel corso della prima riunione di Consiglio dopo le elezioni del 15 dicembre scorso. In occasione della consultazione elettorale Paolo Gnignati aveva ottenuto il numero più alto di consensi.

Gnignati ha poi presentato la sua proposta per l’elezione dei membri di giunta, accettata dal Consiglio all’unanimità. Ad affiancarlo saranno Giuseppe Gesuà sive Salvadori, nella veste di vicepresidente, ed Enrico Levis come terzo membro di giunta. Il Consiglio va a completarsi con la presenza di Giuliano Coen, Sandra Levis, Paolo Navarro Dina e Gaia Ravà.

Responsabilità e cooperazione i concetti chiave espressi dall’intero Consiglio e richiamati in varie battute anche dal presidente: “Lo spirito politico con cui noi dobbiamo apprestarci a lavorare - ha detto in sintesi il presidente - è di coinvolgere più persone possibili, a partire dai candidati non eletti che hanno già espresso la volontà di collaborare. Il mio impegno sarà di svolgere con equilibrio e con responsabilità questo ruolo che, sebbene con caratteristiche e profili diversi, tutti i miei predecessori hanno svolto sempre con responsabilità ed attenzione. Mi sono candidato alla carica di consigliere per dare un apporto a questa Comunità. Con questo spirito accetto ora la presidenza, con l’auspicio di poter nei prossimi anni costruire insieme a voi qualcosa di concreto per la continuità di questa Comunità”.

Venezia, 19 dicembre 2013/ mc

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04Dic2013

Il testamento ritrovato del prof. Jona

La presentazione del documento l’8 dicembre nei locali della Comunità Ebraica di Venezia

Di Michael Calimani

L’8 dicembre la Comunità Ebraica di Venezia commemorerà, prima alla Sinagoga Levantina e poi in campo di Ghetto Nuovo quelle persone che proprio 70 anni fa vennero deportati da Venezia verso un destino atroce in quanto ebrei. In questa occasione colma di significato verrà presentato alle 11.30 in Sala Montefiore, Cannaregio 1189, il ritrovamento del testamento di Giuseppe Jona, ritenuto perduto fi no ad oggi. Vi proponiamo alcune impressioni della storica Nelli Elena Vanzan che ha riportato alla luce questo straordinario documento.

Durante il tuo lavoro storiografico come sei arrivata a conoscere la fi gura di Giuseppe Jona?

Ti posso dire che occupandomi di storia della sanità ho avuto l’occasione di scrivere sulle vite parallele della Comunità Ebraica e della Comunità veneziana. Nel 1986, inventariando l’archivio dell’Ospedale Civile, ho trovato in uno dei documenti l’indicazione del lascito di Giuseppe Jona: 1684 volumi della sua collezione privata, tra cui alcune preziose opere in parte ereditate dal nonno Moisè Giuseppe Levi e dal padre Moisè Jona, alla biblioteca San Marco dell’Ospedale civile. Per un uomo di scienza e di cultura come Jona i suoi libri rappresentavano un po’ la sua anima.

Qual è stato l’elemento che ha dato l’impulso alla ricerca del testamento di Jona?

Approfondendo la storia della sua vita non ero molto convinta dell’atteggiamento di alcuni storici che trovavano nella depressione le motivazioni che spinsero Jona al suicidio, riducendo così la sua fi gura a quella di un ebreo che sentitosi perseguitato non aveva retto al peso della situazione. Ho cercato quindi di trovare il testamento originale di Jona per riuscire a comprendere meglio la psicologia di quest’uomo. Il primo passaggio è stato recarmi all’Ateneo Veneto, di cui fu presidente nel 1921, e all’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti cercando di capire quali erano stati gli interessi di quell’uomo così partecipe degli eventi culturali e politici della città di Venezia. Quando sei riuscita in fi ne a ritrovare questo documento? Poco più di due mesi fa, ma non voglio svelare nulla per ora. Al momento sto lavorando sulla trascrizione delle sue volontà.

Una piccola anticipazione sul contenuto del documento?

Un elemento interessante che posso anticipare è che per Giuseppe Jona la solidarietà era al di sopra delle differenze di fede, infatti lasciò, parte dei suoi averi non solo ai poveri della Comunità Ebraica, ma, ad esempio, anche ai bisognosi della sua Parrocchia. Da questo si può desumere la statura morale di Giuseppe Jona, un uomo che nel momento estremo ha pensato al prossimo organizzando in maniera estremamente precisa i suoi lasciti prima di togliersi la vita.

Alla luce delle nuove informazioni contenute nel testamento credi che il gesto estremo del Prof. Jona possa essere interpretato diversamente da quanto è stato fatto fino ad oggi?

Penso che il suicidio di Giuseppe Jona si debba considerare come una fi era scelta di opposizione davanti alla barbarie. Un gesto che scosse l’animo di molti che lo conoscevano e che spinse altri a confrontarsi con la realtà storica di quel momento.

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26Nov2013

Alla scoperta della Roma ebraica

Alla scoperta della Roma ebraica
La storia, i luoghi, la vita della più antica comunità della diaspora
di Stefano Caviglia

Domani, mercoledì 27 novembre, l’autore presenterà il suo libro assieme a Riccardo Calimani.
Sala Montefiore, Ghetto Vecchio, Cannaregio 1189 ore 17,15


Il volume unisce il racconto dei duemila anni di storia della comunità ebraica (inclusa l'età contemporanea e fino ai nostri giorni) a una descrizione della sua vita e delle sue tradizioni. L'intento è quello di fornire al lettore uno strumento semplice e al tempo stesso accurato per conoscere la realtà dell'ebraismo romano e il suo rapporto con la città.

La parte finale è dedicata alla cucina giudaico-romanesca, con una descrizione dei piatti più tipici e una rassegna dei più importanti ristoranti kasher della zona del vecchio ghetto. Contiene numerose illustrazioni, fra cui un certo numero di fotografie di com'era il quartiere prima delle demolizioni di fine Ottocento e della successiva ricostruzione.

Stefano Caviglia, vive e lavora a Roma, dove svolge l'attività di giornalista, scrivendo di politica e di economia per il settimanale Panorama. E' autore di diversi saggi sulla storia dell'ebraismo italiano, fra cui il volume L'identità salvata. Gli ebrei di Roma tra fede e nazione (1870-1938) pubblicato nel 1996 dall'editore Laterza.

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14Nov2013

18 novembre: Il sefer torah più antico del mondo

Il 18 novembre alle ore 17,30 in aula didattica MEV conversazione con Mauro Perani, docente di ebraico presso l’Università di Bologna, Presidente dell'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG), che parlerà della sua recente scoperta del rotolo del Pentateuco ebraico conservato nella Biblioteca Universitaria di Bologna (BUB), che costituisce il più antico Sefer Torah completo in nostro possesso, copiato nella seconda metà del XII secolo.

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22Ott2013

Documentario: Noi ebrei così invisibili

Mercoledì 23 ottobre presso la Sala Montefiore in Ghetto Vecchio, cannaregio 1189, alle 17,00 L'Associazione Donne Ebree Italiane, sezione di Venezia, in collaborazione con la Comunità ebraica di Venezia, il museo ebraico di Venezia, e la Società Culture, presenta il documentario di Davide Casali "Noi Ebrei così invisibili" realizzato dall' Associazione Musica Libera in collaborazione con Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L'idea di questo documentario è nata dalla volontà di capire quale fosse la percezione che la gente comune ha degli ebrei. Racconta Davide Casali: "Ho posto a delle persone scelte a caso per strada nelle 4 province della Regione Friuli Venezia Giulia le solite domande “comuni” che spesso noi ebrei ci sentiamo rivolgere".

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