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I medici del Ghetto

I medici del Ghetto

Intensa era la vita nel Ghetto, continui gli scambi, durante il giorno, con la popolazione veneziana sia nel campo commerciale che in quello intellettuale. Abbiamo già detto come, oltre alla “strazzaria” e al prestito su pegno, fosse permesso agli ebrei l’esercizio dell’arte medica.

Sin dal XV sec. la Repubblica di Venezia aveva già concesso agli ebrei la possibilità di frequentare l’Università di Padova esentandoli dal giuramento di professione di fede e dall’obbligo di portare un segno di riconoscimento: poiché era permesso l’esercizio dell’arte medica, furono numerosi i giovani che si dedicarono allo studio della medicina e che ben presto eccelsero in tale arte.

Quando nel 1516, la Serenissima decretò la chiusura di tutti gli Ebrei nel Ghetto, si pose il problema dei medici che non avrebbero potuto prestare la loro aopera presso i cristiani durante le ore notturne in cui i cancelli erano chiusi: con un decreto del luglio 1516 a pochi mesi dalla nascita del Ghetto, si permise ai medici ebrei di uscire anche nelle ore vietate, formulando però esatte indicazioni dei luoghi e delle persone che avrebbero dovuto visitare.

Quanto all’obbligo di portare il segno di riconoscimento, la famosa “bereta zala” invece che la “bereta negra” come i cristiani, la Repubblica seguì la solita politica oscillante concedendone il permesso di esenzione per alcuni anni e poi togliendolo per salvare, come sempre, le apparenze e accontentare sia i cristiani che gli ebrei.

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