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La nascita del Ghetto - I Tedeschi

La nascita del Ghetto - I Tedeschi

Li Giudei debbano tutti abitar unidi in la Corte de Case, che sono in Ghetto apresso San Girolamo, ed acciocchè non vadino tutta la notte attorno: Sia preso che dalla banda del Ghetto Vecchio dov’è un Ponteselo piccolo, e similmente all’altra banda del Ponte siano fatte due Porte, qual Porte se debbino aprir la Mattina alla Marangona (campana di San Marco che scandiva il lavoro all’Arsenale);, e la Sera siano serrate a ore 24 per quattro Custodi Cristiani a ciò deputati e pagati da loro Giudei a quel prezzo che parerà conveniente al Collegio Nostro…

Era il 29 marzo 1516: la Serenissima decretava la concentrazione in laguna di circa settecento ebrei di origine tedesca e italiana, in un’area isolata della città, già sede di una fonderia. Una zona malsana, prossima alle carceri e al convento di San Girolamo, i cui religiosi avevano l’incarico di seppellire i giustiziati. Nacque così il primo ghetto della storia. L’etimologia del nome dato a questo quartiere, destinato a divenire un triste simbolo di segregazione, continua a dividere gli studiosi.

Secondo alcuni deriverebbe dal tedesco gitter (inferriata), dall’ebraico get (divorzio) o ancora dal tedesco gasse (vicolo). Tuttavia, l’ipotesi più accreditata fa discendere la parola ghetto dal verbo getàr, cioè fondere.

Quando l’isola del Ghetto Novo venne destinata agli ebrei , essa era già in parte abitata; gli inquilini furono costretti ad abbandonare le case per far posto ai nuovi venuti; le pigioni furono aumentate di un terzo. Si munirono di cancelli i ponti sul rio di San Girolamo e sul rio del Ghetto chiusi di notte e controllati da guardiani pagati dagli stessi ebrei. Altri guardiani pattugliavano i canali in barca.

I primi tempi della residenza coatta definirono con chiarezza lo status della cosiddetta nazione todesca che - posta sotto il minuzioso controllo dei magistrati al Cattaver - venne obbligata a gestire i banchi di pegno del ghetto e a pagare un gravoso tributo annuo. La strazzarìa, il commercio dell’usato, era l’unico mestiere alternativo concesso, se si eccettuano la professione della medicina e il lavoro di pochi fortunati, nelle stamperie di libri ebraici.

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