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La vita culturale nel Ghetto

La vita culturale nel Ghetto

Emersero per la loro dottrina, oltre ai medici che abbiamo già citato, anche altri grandi ingegni quali il grammatico Elia Levita, Leon da Modena, rabbino letterato dalle esperienze eclettiche (autore della celebre Historia de’ riti Hebraici); Simone Luzzatto, rabbino e scrittore, e la poetessa Sara Copio Sullam, celebre per il suo salotto letterario e per il Manifesto con il quale si difendeva dall’accusa, mossale dal vescovo di Capodistria, Baldassar Bonifacio, di aver negato l’immortalità dell’anima.

Al massimo del suo splendore, prima della pestilenza del 1630, l’Università degli ebrei (così si chiamava allora la comunità) contava quasi 5 mila persone. Una memoria dei Cinque Savi, del 15 marzo 1625, stimava in 100 mila ducati annui il contributo ebraico per il bene pubblico e l’utile privato della città. Gli ebrei benestanti, anche se in ghetto, vivevano con sfarzo (come testimoniano i molteplici tentativi dei capi della comunità di prevenire l’ostentazione del lusso e il diffondersi del gioco d’azzardo).

All’interno dei portoni, oltre ai luoghi di studio e di preghiera, si trovavano un teatro, un’accademia di musica, cenacoli e salotti letterari. Sulla calle principale del Ghetto Vecchio si affacciavano ogni sorta di botteghe: da quelle di più immediata utilità a una libreria nel campiello delle Scole; esistevano un albergo con 24 stanze, presso la Scuola Levantina, una locanda e un ospedale in corte dei Barucchi, insomma quasi una città nella città, uno stato di grazie che fu stravolto dall’arrivo della peste che, tra il 1630 e il 1631, dopo aver percorso tutta l’Europa, arrivò anche in laguna.

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