Giovedì 05 gennaio 2012
Dalle ore 06.15 alle ore 17.12
Tefillàt Shachrìth alle 07.30
Tefillàth Minchà alle 16.30
Ritorna il giorno del 10 Tevèth. Dicono i Maestri che in questo giorno fu compiuta la prima traduzione greca della Bibbia, destinata a quegli Ebrei che – a causa delle condizioni avverse – avendo lasciato da generazioni la terra d’Israele, purtroppo non comprendevano più né l’ebraico né l’aramaico.
Tale traduzione, benchè lodevole negli intenti, non poteva che limitare la comprensione del testo, nascondendone i molteplici profondissimi insegnamenti e portando di conseguenza un depauperamento del patrimonio spirituale e pratico dell’Ebraismo. In questo giorno, oltre quattro secoli prima, era morto di morte violenta ‘Ezrà’, colui che aveva istituito lo studio pubblico della Torà, autore della ricostruzione dell’Ebraismo dopo l’esilio babilonese. È per questi motivi che il 10 di Tevèth è stato fissato come giorno di digiuno. Dobbiamo capire qual è, per noi Ebrei, il significato del digiuno: non un segno di lutto o il tramite dell’espiazione (come pure qualcuno crede), ma uno stimolo ad abbandonare la corporeità per concentrarci nelle regioni dello spirito, abbandonare la logica materiale e cercare le cause più intime delle cose. In quest’ottica, un’unica catena tragica unisce le varie motivazioni di questo giorno, collegandole alla tragedia più immane dell’umanità, la Shoà: è la catena della violenza. Pensiamoci: Ha-Kadòsh Barùkh Hu’ ha dato all’uomo la vita perché la mantenesse, gli ha donato l’intelligenza perché fosse a Sua immagine, perché creasse mezzi migliori di vita associandosi a D. nel modificare la natura e migliorarla. Invece l’uomo è andato oltre i limiti: anziché mantenere la vita, egli la distrugge negli altri ed in sé stesso con i veleni, le armi, la droga; la natura viene sfruttata oltre ogni limite ed il suo potenziale benefico è annullato da venefici inquinamenti o da dubbi esperimenti che danno all’uomo la stessa illusione che accecava l’imperatore babilonese Nabucodonosor: “io mi sono creato questa posizione, io ho creato me stesso, io sono l’unico padrone di me stesso e degli altri”; in nome di questa blasfema illusione l’uomo opprime, tortura, uccide il suo simile. Il nostro popolo, da sempre propugnatore dell’idea divina, da sempre assertore che i potenti devono essere come e più degli altri soggetti alla Legge e al giudizio divino, da sempre contrario alla violenza e all’oppressione, più di ogni altro ha sofferto di questa violenza, non da oggi e non fino a ieri: dal Faraone a Hitler, e fino ai fanatici assassini di oggi, ai terroristi che seminano al morte fra civili inermi ed innocenti. Questo giorno, in cui tutto il popolo ebraico ricorda i milioni di morti che non ebbero sepoltura, in cui negli ormai pochi superstiti si riaprono le ferite mai più rimarginabili, sia monito a Israele e alle genti perché tornino ad agire nel segno della concordia e dell’armonia, a cancellare la violenza dal mondo, a far avverare la promessa divina che giorno verrà e ”non alzerà nazione contro nazione la spada, e non impareranno più la guerra” (Isaia 2,4). È quindi dovere di ogni Ebreo, in questo giorno, riunirsi ai suoi confratelli per riaffermare il proprio impegno nel ricordo dei martiri e il proprio identificarsi in questo messaggio divino che l’umanità ancora non ha accolto.
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